5 aprile 2024

Premi seconda edizione del "Premio Matilde Serao. La storia costruisce il futuro"

 


1° Premio - Elaborato testuale



Giulia Cristina Malpede, VCc
Liceo classico-scientifico “V. Imbriani”
Pomigliano d’Arco (Na) 

 

Disubbidienza civile, cospirazioni e organizzazioni per la libertà in Italia durante il fascismo

 

Spesso nominiamo il termine disobbedienza, ma ci siamo mai chiesti cosa sia davvero? La disobbedienza è l’atto con cui si rifiuta di eseguire un ordine; è trasgressione alle leggi, a un regolamento. La questione dell’obbedienza e della disobbedienza non è però da considerare esclusivamente sotto il profilo morale, né da riferire a situazioni contingenti, anche se di fatto in esse si concretizzano le opzioni e le scelte di fondo della vita. Tuttavia, la coscienza morale porta a dissociarsi dall’ingiustizia piuttosto che a eliminarla dal mondo, mentre vi è anche una “disobbedienza civile”, che si distingue dall’obiezione di coscienza, perché si muove nello spazio pubblico e si concretizza come cospirazione,
apertamente o segretamente, per la libertà
[1].

La disobbedienza, spesso considerata negativa, ha quindi numerosi lati positivi e si caratterizza, da un punto di vista psicologico, come una consapevole presa di decisione alla luce del contesto nel quale si sviluppa. Una delle possibili espressioni della disobbedienza è la protesta, che può essere definita un comportamento concreto, finalizzato a creare alternative allo status quo, anche se la protesta può sfociare nella disobbedienza incivile, avverte Goffredo Fofi. Incivili, bensì, sono le disobbedienze delle minoranze arroganti e ricattatorie che si volgono contro la maggioranza civile[2].

Per meglio comprendere cosa sia la “disobbedienza civile”, bisogna partire da una considerazione: il dovere di ogni persona, soggetta a un ordinamento giuridico, è quello di obbedire alle leggi. Questo dovere è chiamato obbligo politico[3]. L’osservanza di tale obbligo da parte della maggioranza dei soggetti, che si può tradurre nella semplice, generale e costante obbedienza alle leggi, rappresenta la condizione e la prova della legittimità dell’ordinamento. Si comprende così perché un potere che pretende la legittimazione incoraggia l’obbedienza e scoraggia la disobbedienza: infatti l’obbedienza alle leggi è un obbligo, la disobbedienza è un illecito e come tale variamente punita.

 La “disobbedienza civile”, bensì, è una forma particolare di disobbedienza, in quanto viene messa in atto allo scopo immediato di mostrare pubblicamente l’ingiustizia della legge e indurre il legislatore a mutarla; come tale viene compiuta e con tali giustificazioni, in modo da essere considerata non soltanto come lecita ma anche come doverosa, e da esigere di essere tollerata dalle pubbliche autorità a differenza di qualsiasi altra trasgressione. La disobbedienza comune è un atto che disintegra l’ordinamento, perciò deve essere impedita o rimossa, affinché l’ordinamento venga ripristinato, la “disobbedienza civile” invece è un atto che mira in ultima istanza a mutare l’ordinamento: è insomma un atto non distruttivo ma innovativo. Si chiama «civile» proprio perché chi la compie ritiene di non commettere un atto di trasgressione del proprio dovere di cittadino, anzi di comportarsi da buon cittadino in quella particolare circostanza, disubbidendo piuttosto che ubbidendo[4]. La storia, che non è sempre maestra di vita, dovrebbe istruirci con il suo svolgersi continuo fra obbedienze e disobbedienze di uomini, di comunità, di popoli interi. Solo negli ultimi secoli, abbiamo assistito a immagini di masse intere, a persone che marciano dipendenti da assoluti ideologici e politici disumani, portatori di atrocità e di morte; momenti questi che dovrebbero spingerci a una costante riflessione e a reagire.

Per meglio comprendere ciò, basti analizzare le varie rivolte e rivoluzioni politiche e sociali che si sono consolidate nel tempo. L’uomo aspira spontaneamente alla felicità e alla libertà, ma quando la felicità dei pochi si impone sulla felicità dei molti, negando a questi anche la libertà, ecco che nasce la “disobbedienza civile”. Nasce così la cospirazione e la legittimazione della lotta; come spesso è accaduto nella storia italiana, in ci sono stati molteplici esempi di “disobbedienza civile”. Si potrebbe approfondire l’emblema di questa disobbedienza dopo i moti risorgimentali, ovvero l’antifascismo. È doveroso premettere che quest’ultimo ha assunto segretamente varie sfaccettature di “disobbedienza civile” dopo il 1925, ma durante gli ultimi anni della seconda guerra mondiale si è manifestato apertamente nelle organizzazioni dei partiti politici della Resistenza.

 Accanto a ciò va necessariamente annoverato il dissenso o la “disobbedienza civile” spontanea; questa, nonostante occupasse spazi residuali, in modo non omogeneo nel Paese, trovava a sua volta varie forme di espressione che andavano dall’indifferenza «alla non adesione intima e privata solo relativamente espressa e non necessariamente consapevole e politicizzata», per poi arrivare all’antifascismo militante, con atteggiamenti che andavano dai comportamenti privati alle iniziative individuali, fino all’impegno più organizzato. Atteggiamenti di disobbedienza che gli Italiani assunsero nei confronti del fascismo anche per l’andamento della guerra, considerata non giusta dalla maggioranza ma accettata «passivamente», cuochianamente intesa. Accanto all’antifascismo militante e organizzato, quindi, si deve parlare anche di un «antifascismo popolare» e spontaneo, radicato «nella realtà viva del paese» che è «restato decisamente in ombra»[5]. Un fenomeno che peraltro sconfinava nel campo delle opinioni informali, personali, non pubbliche, che sfuggono alla morsa del controllo e della repressione e che pure sono importanti per analizzare compiutamente il rapporto tra gli italiani e il regime fascista. Il fenomeno si manifestava nelle «sue forme, tra cui quelle cosiddette «povere»: barzellette, filastrocche, caricature, parodie di canzoni o di poesie, insulti e imprecazioni contro Mussolini e i gerarchi, statue parlanti (come nel caso di Roma), scritte murali (che spesso compaiono in occasione di date simbolo, come il primo maggio, festa dei lavoratori, o il 7 novembre, anniversario della rivoluzione russa), ritocchi sarcastici di cartoline propagandistiche, volantini artigianali»[6]. «Parlare di antifascismo è molto complesso, perché il rapimento e l’omicidio di Matteotti indussero molti intellettuali e politici liberali, che avevano inizialmente appoggiato il fascismo, a prenderne lentamente le distanze. Benedetto Croce fu uno di questi; infatti, nel maggio 1925, in risposta al Manifesto degli intellettuali del fascismo di Giovanni Gentile, Croce pubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti. Dichiarato decaduto il Parlamento, Mussolini soppresse le libertà, sciolse tutti i partiti di opposizione e creò il Tribunale speciale e il confino di polizia per gli oppositori politici. In questo clima politico, l’unica via di salvezza era l’esilio per i dissidenti che non potevano organizzare una lotta clandestina e che volevano continuare a combattere il fascismo»[7].

Infatti, la drammatica condizione psicologica di coloro che, in modo e forme diverse, tennero vivo il dissenso e l’opposizione al regime fascista di Mussolini, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, è ben chiara dalla descrizione fatta da Ernesto Rossi:

 

Chi ha visto le interminabili sfilate in parata delle camicie nere, dei giovani, dei contadini, degli operai, degli atleti, dei preti, delle monache, delle madri prolifiche, chi ha assistito alle cerimonie nelle quali le più alte cariche dello Stato facevano atto di devozione al regime, ed alle dimostrazioni oceaniche nelle maggiori piazze d’Italia, alle folle deliranti per il duce, può intendere quali sentimenti dovesse vincere chi continuava la lotta anche dopo superata la crisi per l’assassinio Matteotti: aveva veramente l’impressione di muovere all’assalto del Monte Bianco armato solo di uno stuzzicadenti[8].

 

Allora in che modo si manifestò e si organizzò la disubbidienza civile durante questo periodo? Essa si manifestò attraverso le organizzazioni partitiche, segretamente organizzate in Italia o all’estero. Tra questi ricordiamo i comunisti del Pcd’I. Il partito comunista conservò nella clandestinità la propria organizzazione e che vide finire in carcere molti dei suoi uomini, nonostante tutto la sua organizzazione clandestina continuò a funzionare. La sua era un’organizzazione che potremmo definire militare. Fra tutti i partiti, quello comunista era, dunque, il più preparato alla “disobbedienza civile” e alla cospirazione[9].

Non mancarono all’appello della “disobbedienza civile” e alla cospirazione i socialisti, i quali vantavano quella grande forza che era costituita dalla tradizione. Essi erano meno organizzati dei comunisti; poi dovevano ricostituire il partito dal 1942 al 1943 e poi non possedevano le risorse dei cattolici, che avevano alle loro spalle l’organizzazione dell’Azione cattolica e la forza morale del clero, ma avevano una tradizione che risaliva al XIX secolo, tanto che dietro di loro c’era ancora una parte della massa operaia. La prova tangibile delle loro convinzioni è data dalle prime libere elezioni, le amministrative del 7 aprile 1946. Milano, centro industriale, commerciale e finanziario d’Italia, infatti, vide la vittoria della lista socialista sui democristiani e i comunisti; questo era una evidente prova della continuità della tradizione socialista, sopravvissuta alla dittatura.

Anche una parte del mondo cattolico manifestò il dissenso al fascismo. Il partito popolare (PPI) ha vissuto per pochi anni, ma parte degli uomini che l’hanno fondato e che hanno attivamente partecipato alle battaglie elettorali del 1919 e del 1921 e alle lotte parlamentari, erano presenti e pronti alla disobbedienza. Nella capitale e in ogni città italiana, vi erano cattolici che avevano già in comune l’esperienza della lotta politica. In particolare, se i cattolici non ebbero l’organizzazione clandestina dei comunisti, avevano in compenso dietro le spalle quella dell’Azione cattolica, la stessa che Benedetto XV aveva quasi lasciato cadere e che papa Pio XI aveva rimesso in piedi, la stessa che nel 1931 aveva provocato il violento contrasto fra Mussolini e la Santa Sede e che era andata poi sempre più allargando i suoi quadri[10]. Era una forza enorme. L’Azione cattolica significava il clero, significava un influsso morale e politico, che si estendeva per tutta la penisola, pertanto i cattolici riuscirono in breve tempo riorganizzarsi in un partito politico[11]. La democrazia cristiana (DC), come si chiamò il nuovo partito che succede a quello popolare del 1919, ebbe dunque nel paese basi assai solide[12].

Poi vanno ricordati i liberali, che avevano fatto il Risorgimento e che formavano un gruppo più ristretto. La loro organizzazione risulterà sempre molto più debole di quella dei partiti comunista e cattolico. Ma i liberali disponevano di alcune personalità, di alcune figure morali di grandissimo rilievo: Benedetto Croce, filosofo e storico, il quale nella sua rivista «La critica» ha continuato, durante il fascismo, la battaglia per la libertà. È una specie di vessillo di “disobbedienza civile”, a cui tutti gli antifascisti rendono omaggio. Per i liberali Croce rappresentava, dunque, un punto d’appoggio, un centro di collegamento con gli ex ministri, come Soleri, ministro della Guerra nel 1922, prima dell’avvento del fascismo; Einaudi, il famoso economista; Casati, ecc. Sono uomini cui è permesso avvicinarsi al re: fatto essenziale, dacché il primo problema che si pone era: che fare? come uscire dalla tragica situazione in cui ci si trovavano? La soluzione doveva venire dal re, solo la monarchia poteva agire e facendo appello all’esercito. Senza l’appoggio dell’esercito, non c’era via d’uscita possibile. Ed ecco infatti gli appelli alla monarchia, i colloqui che gli uomini più eminenti del partito liberale richiesero al re.

Dopo un breve panorama dei partiti politici, è doveroso esaminare, molto rapidamente, le linee generali della loro “disobbedienza civile”, espressa attraverso il loro pensiero e nella loro organizzazione.

La cospirazione e la disobbedienza erano finalizzate a salvare l’Italia dalla dittatura, ma quale sarebbe stato il futuro del Paese?

Questo, ad esempio, era il problema fondamentale, che aveva spinto i liberali alla disobbedienza. Il pensiero del liberale Croce era chiarissimo: il fascismo era stata una semplice parentesi nella storia d’Italia; era stata una malattia (una parentesi) che aveva aggredito un corpo sostanzialmente sano e che andava estirpata. Una volta estirpata, non restava che continuare quella marcia in avanti che aveva caratterizzato la storia dell’Italia liberale. Non c’era nulla da cambiare rispetto all’Italia di prima del 1922. Certo, si poteva discutere su alcune questioni, come quella del re. Si potrà dire che è necessaria l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, il quale s’era troppo compromesso col fascismo; ma sulla continuità delle istituzioni e della tradizione liberale italiana, non potevano esistere dubbi.

 Si deve dire che neppure i democristiani erano dei rivoluzionari. Qui la linea di demarcazione, la presa di posizione di fondo, costituite naturalmente dal problema religioso: si mirava infatti ad uno Stato nel quale il cattolicesimo svolgesse la parte che non aveva potuto e saputo sostenere dopo il 1870. Questo era il punto centrale; le forze cattoliche accettavano le istituzioni foggiate per l’Italia dal pensiero liberale del XIX secolo e dai partiti liberali, specialmente ora che i Patti lateranensi avevano risolto una volta per tutte la «questione romana». Di contro, lo Stato Italiano, che prima del 1914 aveva vissuto al di fuori dell’influsso cattolico e spesso, almeno tra il 1870 e il 1900, in opposizione all’azione politica di questi, doveva assumere un larghissimo carattere cattolico. Dunque era evidente che neppure i cattolici, che manifestarono una “disobbedienza civile”, tendevano alla cospirazione rivoluzionaria. Sia per i liberali sia per i democristiani si trattava soltanto di abbattere il fascismo e di restituire l’Italia alla libertà, senza sconvolgere la vecchia struttura dello Stato prefascista.

All’altro estremo vi erano i comunisti, i quali, naturalmente, volevano abbattere il fascismo, ma intendevano anche procedere il più presto possibile a un rinnovamento totale della struttura sociale e politica del paese. Non si trattava di tornare allo Stato italiano quale era prima del 1922, bensì di confermare quest’ultimo al loro programma e di agire in vista di una cospirazione rivoluzionaria. Le circostanze potranno ritardare o accelerare la rivoluzione, ma i comunisti volevano la disobbedienza e la cospirazione per fare in Italia quello che aveva fatto la Russia di Lenin e di Stalin.

Fra i socialisti, invece, si registravano delle oscillazioni che finiranno con l’influenzare profondamente la storia del socialismo italiano del dopoguerra, e che porteranno al suo smembramento durante questi ultimi anni[13]. Da una parte troveremo coloro che, pur non accettando nella sua integrità il programma eversivo comunista, predicavano essi pure la lotta di classe, sostenendo sopra ogni altra cosa la necessità dell’unione della classe operaia e dell’«unità d’azione»; essi facevano causa comune coi comunisti[14]. Altri, invece, pur reclamando vaste riforme sociali, erano riluttanti all’idea di un rivolgimento totale e, in ogni caso, non intendevano unirsi ai comunisti per conservare al partito socialista piena indipendenza di condotta politica[15].

Accanto a questi, dalla convinzione della “disobbedienza civile” e della cospirazione in nome della propria idea, vedremo nascere nel 1942 una particolare e un’originale organizzazione: il partito d’Azione[16]. Esso era una formazione politica piuttosto complessa, sia dal punto di vista dottrinario sia dal punto di vista delle aspirazioni, che raccoglieva gli uomini che avevano fatto parte del movimento «Giustizia e Libertà» sorto nel 1929. Si trattò di uno dei più efficaci e attivi movimenti di disobbedienza politica antifascista, che agì clandestinamente in Italia e all’estero fra gli emigrati del fuoriuscitismo politico. Il suo teorico e capo era Carlo Rosselli[17], che dopo essere evaso con due amici dall’isola di Lipari, dove era stato internato, si era è stabilito in Francia. Il pensiero di Rosselli, ben evidente nella sua opera Socialismo liberale, prevedeva la nascita di un nuovo socialismo, che respingesse alcuni principi del marxismo, quali la «necessità» della lotta di classe e della rivoluzione finale e che, pur mantenendo ben ferma l’esigenza della riforma delle strutture sociali, sappia altresì accogliere l’esigenza della libertà, cioè della «volontà» dell’uomo contro il fatalismo marxista.

Analogo, in sostanza, al movimento di Rosselli, era il «liberalsocialismo», un movimento propugnato da Capitini e da Calogero[18], che era riuscito a costituire alcuni attivi centri antifascisti, soprattutto nell’Italia centrale fin dal 1936-37, cioè proprio nel periodo in cui fra i giovani e gli studenti universitari fascisti (GUF) cominciava a manifestarsi qualcosa di nuovo e il regime fascista si avviava rapidamente verso la rovina e l’isolamento dalla nazione. L’elaborazione politica del «liberalsocialismo» di Calogero, Norberto Bobbio e Tristano Codignola, si sviluppò in via del tutto autonoma da quella di «Giustizia e Libertà»[19]. I liberal-socialisti, infatti, prendendo ispirazione dalla dottrina crociana volevano approdare ad un socialismo democratico, ma lo stesso Croce fu assai critico verso l’idea di coniugare liberalismo e socialismo, definendo il liberalsocialismo un «ircocervo»[20] una creatura mitologica ibrida.

Altri aderenti al partito d’azione si riallacciano più direttamente al pensiero di Gobetti, che a Torino, fra il 1922 e il 1925, aveva sostenuto la necessità di una «rivoluzione liberale»: occorreva secondo Gobetti dare sangue nuovo al liberalismo, per mezzo di élites intellettuali fedeli all’idea liberale e capaci di trascinare con sé le masse proletarie (Gobetti aveva una grande ammirazione per gli operai di Torino), trasformando la lotta operaia nella lotta liberale di oggi[21]. Entrò così nel partito d’azione anche quel gruppo che si proponeva di attuare la «rivoluzione liberale», spezzando i quadri delle vecchie tradizioni politiche italiane, contro le quali Gobetti aveva condotto la sua violenta polemica. Altri membri del partito, infine, si ricollegano in modo più generico all’esperienza liberale e democratica.

Nell’insieme, si può dire che nel partito d’azione confluirono tutti i movimenti di disobbedienza antifascista, clandestina, democratica e repubblicana, che avevano continuato ad esistere dopo il 1925 o che si erano costituiti come disobbedienti e cospiratori dopo quella data. Si è parlato della continuità d’azione del partito comunista nella clandestinità, ma c’era anche una cospirazione clandestina, costante e risoluta, da parte dei gruppi democratici e repubblicani; un’azione pur essa duramente colpita che si esprimeva ora nel nuovo partito. Il partito d’Azione, che in certo modo era il frutto di questa clandestinità democratica e repubblicana, manifesterà infatti la sua dichiarata volontà di procedere nel dopoguerra su vie nuove.

Fin dal principio, di fatto, opereranno nel partito due tendenze generali, una socialisteggiante di Lussu, che era stato al fianco di Rosselli fin dalla nascita di «Giustizia e Libertà», e l’altra liberal-repubblicana di Ugo La Malfa, che fu uno dei fondatori del partito d’Azione[22]. Altre correnti d’opposizione appariranno già al congresso di Cosenza nell’agosto del 1944. Il partito d’Azione però farà presa solo sulle élites intellettuali e professionali, ma non sulle masse; per questo non sarà alla pari, in campo elettorale, dei grandi partiti di massa (PCI, DC e PSI). Non riuscirà, purtroppo, a crearsi una larga e solida base nella piccola e media borghesia. Per questa ragione il partito che ebbe una parte così brillante nella Resistenza, scomparirà nel 1947, confluendo negli altri partiti che si formarono nel secondo dopoguerra.

Un punto essenziale della “disobbedienza civile” del partito d’Azione portò ad un programma che era, tuttavia, comune a tutte le tendenze del tempo, come la necessità per un rinnovamento profondo nella vita dello Stato, a cominciare dal sistema istituzionale. Il partito d’Azione sarà sempre rigidamente antimonarchico per principio ideologico e, nella contingenza, perché il re era stato troppo colluso con il fascismo: su tale questione di principio esso, più degli altri partiti di sinistra, darà prova di un’intransigenza assoluta e condurrà con tenacia la battaglia fino al successo finale. Si è più volte sottolineato la necessità di un rinnovamento della vita dello Stato, perché costituisce la nota politicamente rivoluzionaria dell’azione del partito, il quale nei Comitati di liberazione nazionale, il Cln, stringerà un’intesa con le sinistre (socialisti e comunisti) e assumerà posizioni nettamente diverse da quelle dei liberali e dei democristiani. Tutto questo si consolidò nonostante le divergenze interne fra coloro che miravano alla fondazione di un nuovo socialismo e coloro che, scarsamente fiduciosi nelle ideologie e increduli circa la possibilità di un nuovo socialismo come dottrina, si preoccuparono di creare una formazione politica capace di diventare un partito di governo, atto a un’azione politica, intesa come una la terza via fra il liberalismo e il socialismo marxista[23].

Si è parlato, insomma, a lungo del partito d’Azione non solo perché era un partito nuovo, ma anche perché si trattava di una tipica formazione italiana, senza equivalenti altrove, e in generale dei vari partiti che costituirono l’antifascismo, perché sono gli esempi più vicini e concreti di una “disobbedienza civile”, una disobbedienza che ha portato alla liberazione dell’Italia da un regime totalitario e alla nascita di una repubblica, e dunque alla nostra libertà di pensiero, che oggi viene data molto spesso per saldata e vista come la normalità, e non come una faticosa conquista.

É importante pertanto evidenziare l’importanza di non attribuire un valore esclusivamente negativo al termine disobbedienza, poiché molte volte diventa la nostra salvezza, come avvenne per l’Italia.



[1] H. Arendt, Disobbedienza civile, Milano, 2017, p. 4-6; N. Bobbio, Disobbedienza civile, in Dizionario di politica (a cura di N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Utet, Torino 1976, pp. 316-320.

[2] Cfr. Elogio della disobbedienza civile, Milano, 2022.

[3] Cfr. H. Arendt, Disobbedienza civile cit.

[4] Cfr. A. Passerin d’Entrèves, Obbedienza e resistenza in una società democratica. Milano 1970; Id., Obbligo politico

e libertà di coscienza, in «Rivista internazionale di filosofia di diritto», 1973.

[5] G. De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Torino, 1995, p. 26. M. Avagliano-M. Palmieri, Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini (1925-1943), Bologna, 2022, p. 16

[6] M. Avagliano-M. Palmieri, Il dissenso al fascismo. Gli italiani che si ribellarono a Mussolini (1925-1943), Bologna, 2022, p. 17.

[7] F. Di Dato, Genesi, ascesa e caduta del fascismo, Lecce 2023, p. 91.

[8] E. Rossi (a cura di), No al fascismo, Torino, Einaudi, 1957, pp. 10-11.

[9] Cfr. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Gli anni della clandestinità. Torino, 1969; A. Vittoria, Storia del PCI. 1921-1991, Roma, 2006, pp. 37-59.

[10] Cfr. G. De Rosa, Il Partito popolare italiano, Bari, 1988.

[11] Cfr. G. Candeloro, Il movimento cattolico in Italia, Roma,1961.

[12] Cfr. P. Pombeni, G. Formigoni, G. Vecchio, Storia della Democrazia cristiana. 1943-1993, Bologna 2023.

[13] M. Degl’Innocenti, Storia del PSI, vol. 3. Dal dopoguerra a oggi, Roma-Bari, 1993, pp. 3-233.

[14] G. Arfè, Intellettuali e società di massa. I socialisti italiani dal 1945 ad oggi, Genova, 1984, pp. 24 sgg.

[15] Cfr. C. Pinto, La fine di un partito. Il Psi dal 1992 al 1994, Roma, 1999; P. Mattera, Storia del PSI 1892-1994, Roma, 2010.

[16] Per il Partito d’Azione, cfr. G. De Luna, Storia del Partito d'Azione (1942-1947), Roma, 1997.

[17] Sulla vita e l’azione di Carlo Rosselli, cfr. A. Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Firenze, 1973.

[18] N. Dell’Erba, Guido Calogero, in Id., Intellettuali laici nel’900 italiano, Padova 2011, pp. 189–214.

[19] Cfr. G. De Luna, Storia del Partito d'Azione cit.

[20] B. Croce, Scopritori di contraddizioni, in La Critica, 20 gennaio 1942.

[21] Cfr. P. Spriano, Gramsci e Gobetti, Torino 1977.

[22] P. Soddu, Ugo La Malfa. Il riformista moderno, Roma 2008

[23]Cfr. G. De Luna, Storia del Partito d'Azione cit.