28 maggio 2020

Tra storia e romanzo: l'"Ultimo segreto di Cavour" di Cristiano Morucci

“La nostra stella, o signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del regno italico”.

Queste parole vennero pronunciate pubblicamente dal conte di Cavour nella seduta del Parlamento di Torino l’11 ottobre del 1860. Il regno di Francesco II, sebbene agonizzante, era ancora in piedi; l’assedio di Gaeta neppure incominciato, quando il grande statista torinese uscì pubblicamente allo scoperto. Roma, il sogno degli italiani, il simbolo della conquista assoluta della libertà di un popolo che aveva da poco iniziato a costituirsi, metteva d’accordo tutti: repubblicani, democratici o liberali che fossero. 
Il primo ministro sardo aveva espresso, di fronte al mondo intero, un concetto profondamente italiano: senza Roma l’Italia non si sarebbe potuta costituire. Quello però che per molti era un sogno, per il conte di Cavour si trasformò presto in una incontenibile, irrefrenabile ossessione. Un pensiero fisso, potremmo dire, che trascinò tutta la sua azione politica da quell’11 di ottobre fino alla sua morte.
Ci sono pagine di storia che non possono essere lette. Pagine che non sono nei libri o che, come fossero fogli ancora intonsi chiusi nel grande libro della storia, per essere sfogliate attendono una mano che le separi con un paziente movimento di tagliacarte. E’ questo il caso della intrigata e affascinante vicenda raccontata da Cristiano Morucci nell’Ultimo segreto di Cavour dove l’autore, con l’aiuto dello stesso conte e di un suo fidatissimo e famoso collaboratore, conduce il lettore alla scoperta delle vicende che segnarono gli ultimi mesi di vita del primo ministro. 
Il libro di Morucci non racconta una storia, piuttosto è storia raccontata come fosse un romanzo. Una storia di potere e di corruzione, dove interessi personali,
pregiudizi e gelosie si intrecciano e scrivono una delle pagine meno conosciute del nostro Risorgimento.

Il libro, edito dalla casa editrice torinese “Robin Edizioni – Biblioteca del Vascello” è disponibile nei principali online store (Feltrinelli, Mondadori, Ibs libri, Amazon ecc.). 

Giuseppe Bandi e i “suoi” Mille…da Genova a Capua: un capolavoro della memorialistica garibaldina

"Arrivai in Genova, con una gran pena nel cuore. Alla stazione di Busalla, un impiegato della ferrovia aveva detto a voce alta : «Stasera parte Garibaldi.»
— Parte stasera ! — ripetei tra me e me. — Bella sarebbe, per Dio ! che non giungessi in tempo — pensavo — sarebbe bella, e non canzono!  
E nella smania che mi prese, avrei voluto dire al macchinista: frusta ì cavalli, e ti manderò in regalo un pezzo di Sicilia!
Quelle poche miglia mi parvero lunghe cento volte tanto, e invidiavo le ali agli uccelli. 
Finalmente arrivammo. Non era per anco ben fermo il treno, e io apersi lo sportello e saltai giù col mio bianco fagottino in mano, infischiandomi delle guardie che gridavano a più non posso. 
Volevo andarmene diritto alla villa Spinola, ma una voce mi diceva: e se Garibaldi fosse già nel porto o fosse in qualche punto della spiaggia lontano di là, o fosse magari a bordo ? Andai di corsa in piazza Carlo Felice, e là in fondo, mi feci alla bottega d'un barbiere romano che si chiamava Mantinenti, uomo conosciutissimo dai familiari di Garibaldi, e quivi dimandai: 
— Ma è partito il generale? 
— Non ancora, sor tenente. 
— Quando parte? 
— Non si aa.... 
— Ma è sempre alla villa? 
— Sissignore. 
Mi volevo permettere il lusso d'una vettura di piazza ma il prezzo che mi chiesero mi disanimò. Era proprio il caso di dire: quando non ce n'è, quare conturbas me?  Rammentando allora di essere ufficiale di fanteria, e che il buon fantaccino dee marciare allegramente, pigliai con lieto animo la strada, e in un baleno giunsi alla villa. Avvicinandomi alla porta per suonare il campanello, udii un concento di voci festose, misto alle gioconde note del pianoforte. 
Suonai, mi fu aperto e salii su. Garibaldi era seduto a mensa con il figlio Menotti, col Vecchi, con Fruscianti, con Nullo e due altri che non rammento; una signora, che era la governante del padron di casa, era seduta al pianoforte e suonava l'inno di Mameli. La sala era tutta adorna di festoni di lauro, la mensa era piena di fiori, e vi si vedeva nel mezzo un bel trofeo, sormontato da una bomba, tutta irrugginita, su cui si leggeva scritto: «Un bacio della Francia all'Italia!».
La mia comparsa fu salutata con un grido dagli amici, e quell’ottimo uomo del generale mi fé cenno d' avvicinarmi a lui, e porgendomi un bicchiere colmo di vino d'Orvieto, mi disse: 
— Bevete anche voi alla buona fortuna d'Italia. Undici anni or sono, vedemmo in questo giorno, sotto le mura di Roma, le spalle dei francesi. — 
Era la sera del 30 d’aprile…”.

(G. Bandi, I Mille, da Genova a Capua - cap. VII)

Qualche tempo fa un amico mi chiese quale fosse a mio avviso il più piacevole e interessante testo di memorialistica garibaldina. Rammento che, dopo aver sbarrato gli occhi, risposi di getto, senza riflettere, non concedendomi neppure il tempo di deglutire: I Mille… da Genova a Capua!
L’opera di Giuseppe Bandi (Gavorrano–Grosseto, 15 luglio 1834 – Livorno, 1° luglio 1894) rappresenta senz’altro, per scorrevolezza della scrittura, chiarezza espositiva e ricchezza di contenuti di indubbia valenza storica, il libro più interessante tra quelli scritti dai testimoni al seguito di Garibaldi nella guerra del 1860. Un libro che non ha nulla da invidiare ai ricordi dell’Abba, autore del più famoso e più letto testo di memorialistica garibaldina, Da Quarto al Volturno.
I Mille è un’opera pregevole. Un capolavoro che definirei assoluto, non solo nel panorama di quella letteratura di testimonianza di cui è ricco il secolo del nostro Risorgimento. La piacevolezza della scrittura del Bandi, la capacità dell’autore di raccontare la storia come fosse un romanzo - tema a me assai caro - non deve tuttavia sorprendere. Giuseppe Bandi infatti era un eccellente giornalista che, prima di arruolarsi nell'esercito, combatteva le sue battaglie a colpi d’inchiostro. Un uomo rispettato e un ardente patriota, apprezzato e amato da amici e colleghi. Non solo Garibaldi lo scelse come segretario personale, ma addirittura lo stesso Giuseppe Mazzini strinse con lui un rapporto di profonda intimità, a dimostrazione di quanto le sue virtù e la sua dedizione alla causa italiana fossero riconosciute da tutti. Tuttavia, furono proprio i suoi scritti, ricchi di sentimenti patriottici e di idee apertamente liberali a spalancargli, nel 1858, le porte della prigione nel forte Il Falcone a Portoferraio, dove rimase dietro le sbarre di una cella fino all'aprile dell’anno seguente. Uscito dal carcere, indossò la divisa militare; combatté valorosamente nella campagna contro l’Austria del ’59, per poi arruolarsi tra i Mille di Garibaldi, al fianco del quale si oppose al Borbone fino alla capitolazione del trono di Francesco II. Concluse l’epopea garibaldina con il grado di maggiore; nomina conferitagli direttamente da Garibaldi grazie al coraggio che egli dimostrò in combattimento e alle due gravi ferite in pieno petto che subì nello scontro a viso aperto contro il contingente borbonico a Calatafimi. Ristabilitosi in salute raggiunse il generale nizzardo a Palermo, per poi prendere parte e distinguersi valorosamente nella vittoriosa battaglia di Milazzo.
La battaglia di Custoza del ’66 fu l’ultima apparizione in uniforme del maggiore Bandi che, dopo varie vicissitudini, si ritirò dalla vita militare per stringere il pennino e dedicarsi completamente alla sua profonda passione: il giornalismo. Purtroppo però fu proprio questa passione, l’ardore con cui combatteva le sue battaglie d’inchiostro, a ucciderlo. Il primo luglio del 1894 un anarchico, certo Oreste Lucchesi, lo pugnalò a morte proprio per colpa degli scritti anti-anarchici pubblicati con insistenza dal Bandi in quel periodo.
La prima edizione dell’opera andò alle stampe a Firenze nel 1903, otto anni dopo la scomparsa del patriota e scrittore toscano, con i tipi di Salani. 
La ristampa è oggi acquistabile presso i principali online store. L’edizione originale è invece facilmente reperibile sul web in versione gratuita per la lettura.

Buona lettura, Cristiano Morucci

16 maggio 2020

Un nuovo libro di Salvatore Santuccio, dedicato alle sette segrete e alle rivolte nella Sicilia di primo Ottocento





Salvatore Santuccio, "Uno Stato nello Stato". Sette segrete, complotti e rivolte nella Sicilia di primo Ottocento, Bonanno, Acireale 2020.

L’itinerario rivoluzionario che portò all’Unità d’Italia è cadenzato da movimenti incerti e da tratti ancora oscuri spesso rintracciabili decenni prima nei meandri della formazione delle sette segrete. In associazioni come la massoneria e soprattutto la carboneria si ebbe l’incontro e lo scontro di quelle ideologie politiche che permisero alle diverse classi sociali di entrare nel dibattito istituzionale con evidenti differenze finalistiche ma con un unico intento: il cambiamento in senso partecipativo. Il volume intende proporre l’analisi della complessità del sistema settario che fece esplodere i moti rivoluzionari del 1820 in Sicilia, partendo dal delineare la delusione per le mancate riforme promesse dai Borbone, amplificata dalle novità politiche assorbite dagli influssi giacobini e, ancor più, dalla “dominazione” inglese.
La proliferazione delle sette segrete ebbe come forte impulso proprio il mancato coinvolgimento al processo politico della nascente classe borghese ma, se la massoneria era presente in molte città dell’Isola è con la carboneria che troviamo quel braccio armato che darà il là alle rivendicazioni. Nei fatti i siciliani cominciano a ribellarsi quando capirono che la riforma amministrativa del 1817 solo apparentemente proponeva un decentramento amministrativo, ma di fatto accentrava ancora di più il potere nelle mani di un complesso sistema burocratico. Un esempio di questa tensione, che da subito si ebbe tra i diversi novelli organi istituzionali, lo possiamo sicuramente trovare nel fenomeno che vide spesso molte città siciliane prive di candidature a sindaco. Se tale carica era diventata elettiva (seppur attraverso liste di idonei approvate dal Governo) per dare un segnale di coinvolgimento della nascente borghesia locale, tuttavia il primo cittadino fu reso “ope legis” responsabile personalmente di eventuali ammanchi di cassa del comune, così alle nuove elezioni se vi fosse stato un problema di bilancio, l’ex sindaco sarebbe stato responsabile civilmente e penalmente, così nessuno si proponeva per tali elezioni. In questo clima e con queste riflessioni si apriranno le vendite carbonare e l’affiliazione non sarà rivolta solo ad una élite borghese ma ad ogni categoria sociale, un fenomeno che man mano mostrerà al suo interno numerose divisioni tendenti, spesso, a raggiungere obiettivi dettati da interessi locali o personalistici. Proprio per questo, presto, l’Isola si troverà divisa sostanzialmente in due: da una parte Messina, Catania e Siracusa che si vedranno unite nell’abbracciare gli ideali della carboneria continentale a seguito della riforma amministrativa che le aveva rese intendenze con pari dignità all’ex capitale Palermo, mentre dall’altra troviamo proprio Palermo che, al contrario, dovendo sopportare un forte declassamento sia nell’immagine che nel potenziale economico, cominciò una dura lotta contro Napoli spingendo la locale carboneria verso ideali contrapposti. A dimostrazione di questo sistema verranno proposti manoscritti e memoriali inediti redatti dai protagonisti o da commentatori contemporanei agli eventi dove vedremo si muoveranno le vicissitudini delle vendite carbonare sia in preparazione della rivolta del 1820 che nei momenti successivi.
Le trame politiche inneggianti all’indipendenza, gli intrighi governativi e l’attività cospirativa e anticospirativa, permetteranno di evidenziare le complesse motivazioni che vedranno la Sicilia diventare quel laboratorio politico indispensabile per le successive rivolte democratiche contro l’autorità governativa che esploderanno nel 1837 e nel 1848, fino a giungere all’unità d’Italia. Il testo è composto da sei capitoli: il primo delinea i caratteri generali della diffusione della carboneria in Europa e nel meridione d’Italia nel primo ventennio dell’Ottocento; il secondo si sofferma sulla Sicilia governata prima dall’amministrazione inglese e poi in preda al fallimento delle riforme filo francesi della “monarchia amministrata”; il terzo affronta l’origine della carboneria in Sicilia; il quarto propone una lettura della rivolta del ’20 attraverso inediti manoscritti; il quinto esamina il linguaggio dei carbonari; il sesto descrive la scoperta governativa delle dinamiche carbonare e la repressione. Il quadro che esce fuori da questa analisi se da un lato vede le diverse società segrete contribuire ad avviare un vero dibattito ideologico sul cambiamento istituzionale, che dopo la rivoluzione francese oramai infiammava politicamente l’intera Europa, e che si rivolgeva ad una distribuzione più democratica del potere, dall’altro tutto ciò si scontra con la realtà dei fatti rappresentata da interessi localistici portando la stessa rivolta del 1820 ad implodere miseramente, contribuendo a far deflagrare conflitti interni. 

Un seminario dedicato alla lotta al banditismo e al brigantaggio nel Mezzogiorno d'Italia


Il 21 maggio 2020, alle ore 15,00, sulla piattaforma Zoom, è possibile partecipare al seminario "Guerra a Mezzogiorno. Pratiche operative e logiche politiche nella lotta a banditismo e brigantaggio". Il seminario presenta ricerche in corso ed è curato da Carmine Pinto, Laura Di Fiore, Marco Rovinello e Silvia Siniscalchi.

Scarica il programma